Il cinema innamorato del Poverello d’Assisi
di Riccardo Mensuali
Zeffirelli avrebbe voluto affidare il suo film su san Francesco ai Beatles: Paul Mc Cartney doveva essere il santo di Assisi.
Scopriamo questa curiosità, come tanti altri aneddoti originali e per nulla scontati, nel ricco volume Francesco al cinema di Arnaldo Casali, edito da San Paolo.
Non ci aveva ancora pensato nessuno: l’autore, per la prima volta, presenta infatti tutti i film che sono passati al cinema e in TV e che hanno avuto come protagonista il santo di Assisi: ventitré film e dieci progetti che tali, però, sono rimasti.
Preme sottolineare che la lettura del volume di Casali è divertente e appassionante come vedere un film. Sarà perché l’autore è, oltre che storico del Medioevo, anche regista e sceneggiatore lui stesso di due film su Francesco, ma non c’è dubbio che, senza nulla togliere alla precisione e l’accuratezza di un libro di storia (del cinema), il volume si potrebbe leggere coi pop-corn in mano: perché pare proprio di stare al cinema. Per incontrare la grande storia del patrono d’Italia.
I primi tre film fanno parte del cinema muto e vengono prodotti, in Italia, nel 1911, nel 1918 e nel 1927. Casali ci accompagna a comprendere l’intreccio tra l’evoluzione degli studi sul santo assisiate, il rapporto tra Vaticano e cinema e la crisi del film italiano a partire dal primo dopoguerra. Frate Sole, del 1918, è definito il “primo kolossal” e l’attenzione dei registi nella cura della ricostruzione storica valgono al film le lodi della Chiesa del tempo, nonostante il suo difficile rapporto con la settima arte: Nel 1912 si vietava infatti, nelle chiese, “ogni sorta di proiezioni e spettacoli cinematografici, per quanto onesti e pii”. La prima volta che Francesco prende voce al cinema non lo fa in italiano, rivela Casali: lo fa in spagnolo, perché il primo film che lo racconta all’epoca del sonoro è del 1944 ed è messicano.
Il protagonista, José Luis Jiménez, è biondo. Scelta azzardata, che nessun regista oserà riproporre. Il cuore di tutto il libro, ad ogni modo, non poteva non essere la grande triade Rossellini-Cavani-Zeffirelli. Il “loro” Francesco rappresenta, per dirlo con un’altra arte, quello che Traviata-Trovatore-Rigoletto sono per Verdi e il grande pubblico dell’opera. Rossellini, in Francesco giullare di Dio, non parte dalla Legenda maior di Bonaventura ma si ispira ai Fioretti e alla Vita di Frate Ginepro. Insieme al suo sceneggiatore, Federico Fellini, mette a fuoco l’estrema ma folle, per l’epoca, semplicità dei primi compagni del santo. L’impianto neorealista dell’autore di Roma Città aperta è evidente, così come spicca il fatto che gli interpreti siano attori non professionisti, a eccezione di Aldo Fabrizi. Rossellini ricevette critiche piuttosto dure al film.
Non solo il santo appare folle, ma il film lascerebbe “il sospetto che i compagni di Francesco altro non fossero che un’accolita di deficienti”. In questo risiede, allora, l’originalità di Rossellini: da Giotto in poi, spiega Casali, “l’angolatura offerta con cui guardare al personaggio di Francesco non si era mai discostata dall’immagine ieratica e istituzionale e aveva ignorato la dimensione naif del francescanesimo primordiale”. Dopo il primo film americano e a colori di Michael Curtiz, prodotto a Hollywood, e l’esperimento di Pasolini con la sua favola francescana all’interno di Uccellacci e Uccellini, Liliana Cavani esce col suo primo Francesco d’Assisi nel 1966, che è anche il primo film prodotto dalla TV italiana. La Cavani del ’66 fa del santo un giovane ribelle, anticipatore del ’68, tanto che la pellicola fu accusata di “criptocomunismo”. È la stessa regista a riconoscerlo: “In effetti immagino il movimento francescano un po’ come quello sessantottino… è evidente che Chiara era una femminista ante litteram”. Quando Cavani tornerà sullo stesso soggetto, nel 1989, il personaggio è maturato e approfondito.
“Nel primo – afferma la regista – lo avevo descritto come un personaggio sociale, ma non ero riuscita ad andare abbastanza a fondo nel mostrare il suo contatto con Dio”. Adesso, nel secondo Francesco, si svela appieno la dimensione mistica e verticale. La presenza di Mickey Rourke – che all’inizio scandalizza non pochi per il suo precedente Nove settimane e mezzo – così come l’ingente impegno economico di produzione, ne fanno un vero e proprio kolossal moderno di grande impatto popolare per il grande pubblico di tutto il mondo. La grande “trilogia” si chiude con Zeffirelli, che si situa tra i due film della regista emiliana.
Il regista toscano, nel 1972, si contrappone al Francesco della Cavani con decisione. Com’è nel suo stile, tutto è grandioso, hollywoodiano, una grande favola: non a caso Fratello sole, sorella luna rimarrà nelle orecchie di tutti per la colonna sonora di Ortolani. Scrive, critico, Ernesto Laura: “Zeffirelli sembra sentire il richiamo di Francesco alla maniera di D’Annunzio, e cioè in modo estetizzante, decadente”. E Franco Cardini stigmatizza una lettura troppo “cattomodernizzante”, con il santo rappresentato come un enfant gâté, “col il sottinteso fra il sentimentale e il pruriginoso inespresso con cui è trattato il rapporto tra Francesco e Chiara”.
Nel libro di Casali c’è, però, molto altro: diremmo che c’è tutto quello che cinema e televisione hanno prodotto sul santo d’Assisi. E non manca un’interessante sezione su progetti mai realizzati, dove scopriamo che hanno pensato a lavorare sul santo Guido Gozzano, Gabriele D’annunzio e Michelangelo Antonioni, il quale aveva pensato niente meno che a Roberto Benigni per dare volto a Francesco. L’autore del ricco volume, recentemente, si è lui stesso cimentato come regista col suo La stella di Greccio, che è il primo film che racconta con precisione filologica la genesi e la rappresentazione francescana del Natale di Greccio. E qua veniamo ad uno dei fuochi che questo lavoro ci restituisce: San Francesco non ha solo vissuto una vita che di per sé è una magnifica sceneggiatura che incanta e conquista, con cambi di scena, esperienze diverse e ricche che non possono non affascinare chi racconta storie (si va dal bacio al lebbroso all’incontro col Sultano. La verità è che lui stesso, in qualche maniera, è anche regista e sceneggiatore. Cos’è, infatti, il Natale di Greccio, se non un’esposizione teatrale della nascita di Gesù? Il primo presepe vivente e animato.
Scrive Casali: “Nonostante l’epiteto “giullare di Dio” sia stato coniato dallo stesso Francesco per sé e per i suoi frati, nessuno al cinema ha mai mostrato il carisma teatrale del Santo… Tommaso da Celano scrive che de toto corpo fecerat linguam.» Non è forse il mestiere dell’attore e del drammaturgo usare il corpo come linguaggio? Tommaso da Spalato viene citato per ricordare che il santo «non usava l’ars predicandi ma l’ars concionandi: non seguiva, cioè, lo stile retorico dei preti ma quello dei politici». E i politici, si sa, fanno parecchia scena. Non v’è dubbio, allora, che se Francesco avesse letto il libro di Casali, ci si sarebbe ritrovato. Sia come oggetto dei “suoi» film, sia come sceneggiatore e regista di sé stesso.
(da Avvenire del 24 giugno 2026)
