ISTESS 

 

Il presente documento ci è stato gentilmente concesso da parte del Dott. Franco Pittau responsabile del dossier statistico CARITAS/MIGRANTES, nel corso del convegno di studi all'interno della rassegna degli Eventi Valentiniani su "La società Multietnica: L'integrazione possibile" svoltosi il giorno 13-02-07 presso i musei Diocesani dalle ore 9:30 alle ore 12:30 e nel pomeriggio dalle ore 17:00 alle ore 19:30. Introdotto dal Dott. Daniele Mariani resp. Prog. Cultura ISTESS e dall'Ass. Reg. per le Politiche Sociali Damiano Stufara e coordinato dal giornalista Dott. Luigi Accattoli sono intervenuti nella mattina: il Dott. Franco Pittau che ha illustrato il dossier statisco CARITAS/MIGRANTES 2006, la prof.ssa Fiorella Giacalone su "Gli immigrati di seconda generazione", "Soluzioni Politiche a confronto" l'On. Maurizio Gasparri, l'On. Giampiero D'Alia, il Sen. Leopoldo DiGirolamo , infine "Le linee del Governo sul fenomeno Immigratorio" con il ministro per le Politiche Sociali On. Paolo Ferrero. Nel pomeriggio alla tavola rotonda sono intervenuti: Dott.ssa Daniela Pompei della Comunità di Sant'Egidio, Prof. K. Fouad Allam dell'Università di Trieste, Ministro dell'Interno On. Giuliano Amato, S.E. Il Vescovo Mons. Vincenzo Paglia, concluso da Daniele Mariani resp. Prog. Cultura ISTESS. Con il presente documento si è potuto dare al convegno di studi un approccio più concreto e scientifico in chiave sociologica di un fenomeno così tanto discusso ma così poco conosciuto.

 

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Immigrazione Irregolare in Italia/Irregular Migration in Italy a cura di IDOS - Punto Nazionale di Contatto dell'European Migration Network (EMN) in collaborazione con il Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes e con il supporto del Ministero dell'Interno I dati relativi al 2005 sono stati forniti dalla Direzione Centrale Immigrazione e Polizia di Frontiera del Dipartimento Pubblica Sicurezza - Ministero dell'Interno

 

 Questo volume è stato realizzato nell'ambito di una ricerca sulla presenza irregolare nei diversi Stati membri promossa dalla Commissione Europea come supporto del programma "European Migration Network". 

L'irregolarità è un fenomeno in crescita nonostante le politiche migratorie restrittive e l'intensificazione dei controlli alle frontiere. Come affermato dalla stessa Commissione Europea, è giunta l'ora di politiche più realistiche di ammissione e integrazione degli immigrati alla luce delle necessità del mercato del lavoro europeo e dell'andamento demografico dei singoli Stati Membri, senza escludere, come indicato dal Parlamento Europeo, soluzioni innovative quali la concessione di un permesso di soggiorno per ricerca lavoro. 

I flussi irregolari non sono l'equivalenza della delinquenza e coinvolgono individui in cerca di lavoro, interessati soprattutto a sfuggire alle precarie condizioni economiche e sociali dei loro paesi. Il problema non è solo italiano, ma anche europeo: nel Terzo Rapporto di Caritas Europa sulla povertà si stima che gli immigrati in Europa sono oltre 56 milioni, di cui circa 5 milioni irregolarmente soggiornanti. 

I controlli alle frontiere hanno la funzione di prevenire l'ingresso in Italia delle persone non autorizzate e ci siamo soffermati sulla loro parziale efficacia. Continua, così, ad essere alimentato il mercato del lavoro nero, in cui si inseriscono coloro ai quali è scaduto il permesso di soggiorno come anche quelli venuti clandestinamente. L'area del sommerso ha assunto in Italia dimensioni abnormi. La possibilità di percepire un reddito, anche in condizioni di lavoro disagiate e senza alcuna garanzia retributiva, contributiva o sindacale, costituisce comunque un forte fattore d'attrazione per numerosi immigrati che considerano l'Italia una terra di speranza rispetto alle condizioni dei paesi di origine. 

Il volume dell'EMN-Italia, che in questa scheda viene preso in considerazione solo per quanto riguarda il contrasto dei flussi irregolari e i procedimenti di regolarizzazione, entra anche nel merito del trattamento riservato agli irregolari, ad esempio per quanto riguarda la copertura sanitaria l'Italia si colloca come un paese modello per quanto riguarda la tutela di questo diritto fondamentale, l'inserimento scolastico dei figli (questione parimenti risolta in maniera molto aperta). Per le abitazioni invece, come risaputo, gli immigrati irregolari sono quelli più soggetti a sfruttamento. 

Uno sguardo d'insieme sulle regolarizzazioni 

Uno sguardo d'insieme sulle prime quattro regolarizzazioni (1986 con 105.000 domande accolte, 1990 con 222.000, 1995 con 246.000, 1998 con 217.000) mostra che esse si sono tradotte nell'emersione di 790.000 cittadini stranieri, dei quali 566.000 ancora regolarmente residenti all'inizio del 2000. In pratica i regolarizzati hanno costituito alla fine di tale ciclo il 50% (il 60% se si tiene conto dei familiari venuti a seguito di ricongiungimento) della popolazione proveniente dai paesi a forte pressione migratoria, con una incidenza fortemente differenziata per sesso (i due terzi degli uomini e solo un terzo delle donne). Per le donne, fino alla regolarizzazione del 2002, l'ingresso è avvenuto di regola successivamente agli uomini, a titolo di ricongiungimento familiare. 

Una prima linea che emerge è che l'inserimento occupazionale dei regolarizzati è diventato con il tempo sempre più soddisfacente e questo a riprova del crescente fabbisogno del mercato: sono risultati infatti occupati il 76,3% dei regolarizzati nel 1995 e il 92,0% di quelli regolarizzati nel 1998 a fronte del 68,5% dei regolarizzati nel 1986 e del 77,4% nel 1990. 

Nel periodo preso in considerazione sono risultate beneficiarie dei provvedimenti di regolarizzazione le persone entrate clandestinamente in Italia e, in misura molto ridotta, persone titolari inizialmente di un permesso di soggiorno venuto poi a scadere (i cosiddetti "overstayers" sono stati il 18% nel 1990, il 13% nel 1995 e il 9% nel 1998). L'ultima regolarizzazione nel 2002, con oltre 700.000 domande inoltrate, ha evidenziato le inaccettabili proporzioni del sommerso. I lavoratori immigrati provenienti dai paesi a forte pressione migratoria sono raddoppiati con un coinvolgimento disuguale delle diverse aree del paese: 52,2% nel Nord, 29,0% nel Centro e 18,8% nel Meridione. Nella graduatoria delle città maggiormente coinvolte nella regolarizzazione del 2002 Roma (107.000 domande) e Milano (91.000) sono state al primo posto con un quarto di tutte le istanze di regolarizzazione e questa loro preminenza come poli migratori persisterà anche nei flussi più recenti.

Le dinamiche dell'irregolarità rilevate tramite le operazioni di contrasto 

Le nuove caratteristiche della irregolarità. Sono funzionali alla conoscenza della irregolarità i provvedimenti adottati per contrastarla, sia cercando di evitare l'ingresso clandestino che contrastando la permanenza irregolare sul territorio italiano. 

Il peso percentuale dei nordafricani (in particolare, marocchini e tunisini) è rimasto preponderante fino ai primi anni '90, per poi essere sopravanzato dai cittadini dell'Est Europa. Sono diversi i fattori che hanno facilitato il protagonismo dei paesi europei in tutti i tipi di flussi, compresi quelli irregolari: l'assenza dell'obbligo del visto (Romania e Polonia ancor prima di entrare a far parte dell'UE), il più semplice attraversamento delle frontiere terrestri e i costi più contenuti del tragitto, praticabile dagli interessati anche in via del tutto autonoma. A seguito di questo cambiamento si è riscontrato che i destinatari dei provvedimenti di contrasto (espulsioni e rimpatri) sono diventati in prevalenza gli "overstayers", e cioè persone entrate in Italia regolarmente. 

Sono diverse le vie della irregolarità: il confine italo-sloveno è la via d'entrata nel nostro paese utilizzata dai trafficanti per introdurre prevalentemente emigranti provenienti dall'Europa centrale e meridionale, dal Medio Oriente, dal Sub-continente indiano e dall'Asia; il confine italo-francese è stato utilizzato, fino al 2000, principalmente dagli immigrati nordafricani e dell'Africa subsahariana arrivati in Europa attraverso lo stretto di Gibilterra; i confini con la Svizzera e l'Austria, vengono attraversati da immigrati nordafricani, della regione balcanica, del Subcontinente indiano, dell'Estremo oriente e dell'America latina; vi sono poi le vie del mare (specialmente per gli immigrati che provengono dall'Africa subsahariana) e gli sbarchi aerei (dove sono coinvolti i paesi più disparati). Tra le nazionalità più coinvolte segnaliamo Romania, Bulgaria e Albania, ma anche Iraq, Marocco e Tunisia.

 

I respingimenti. La polizia di frontiera è abilitata a disporre il respingimento degli stranieri che si presentano ai valichi di frontiera senza i necessari requisiti, quali documenti validi, visto d'ingresso, documentazione idonea a comprovare lo scopo del soggiorno e l'effettiva disponibilità di adeguati mezzi di sussistenza. La maggiore facilità ed economicità di contrastare gli irregolari alle frontiere tramite il respingimento fa sì che proprio attraverso questo strumento si sia realizzato un consistente numero di allontanamenti, seppure diminuito rispetto all'inizio del 2000. I respingimenti sono stati 48.437 nel 1999, 42.221 nel 2000, 41.058 nel 2001, 43.795 nel 2002, 27.397 nel 2003, 24.528 nel 2004 e 23.878 nel 2005. La ragione della dimensione dei respingimenti è dovuta al fatto che gli immigrati di molte nazioni (quelle dell'Est Europa) sono stati esentati dal visto per motivi turistici e che quindi più agevolmente hanno potuto attraversare le frontiere. La frontiera terrestre è stata quella più implicata nei respingimenti, seguita dalla marittima. Gli sbarchi sono stati 20.143 nel 2001, 23.719 nel 2002, 14.331 nel 2003, 13.635 nel 2004 e 22.939 nel 2005; questa notevole ripresa degli sbarchi in Italia è dovuta alle più severe condizioni di controllo a Ceuta e Melilla. 

Le espulsioni. Se ai respingimenti può essere attribuito un ruolo di prevenzione dell'immigrazione irregolare, le espulsioni rimangono i provvedimenti giudiziari o amministrativi attraverso cui si contrasta la presenza irregolare riscontrata sul territorio: in diverse fattispecie le espulsioni avvengono con accompagnamento coattivo alla frontiera e risultano perciò molto costose rispetto agli allontanamenti. 

Dal 2004 le espulsioni sono aumentate perché la legge 189/2002 ha incrementato le espulsioni coattive e ridotto i casi di applicazione delle intimazioni. Si riscontrano delle differenze per nazioni di origine. L'incidenza delle espulsioni è alta, confrontata con la rispettiva presenza irregolare, nei confronti degli immigrati provenienti da realtà geografiche molto distanti, come alcuni paesi dell'Africa subsahariana e del Medio ed Estremo Oriente, ma anche di marocchini, tunisini, ucraini e romeni. Non sempre l'espulsione avviene in maniera coatta. I non ottemperanti ai provvedimenti di espulsione sono quelle persone che, pur avendo ricevuto un provvedimento di intimazione all'espulsione o un ordine, da parte del questore, di lasciare il territorio dello Stato (entro 5 giorni dalla dimissione da un centro di permanenza), non vi hanno tuttavia dato esecuzione all'intimazione e si sono illegittimamente trattenuti in Italia. Nel 2005 si è trattato di 65.617 persone ed è così avvenuto che per la prima volta dal 1999 le persone allontanate sono risultate di meno rispetto a quelle che si è riusciti ad allontanare. 

I rimpatri. A seguito dei provvedimenti di espulsione vengono predisposti, laddove l'immigrato irregolare non abbia ottemperato all'intimazione di lasciare l'Italia, i cosiddetti "rimpatri assistiti" ovvero l'accompagnamento del cittadino straniero verso il proprio paese d'origine. La politica dei rimpatri assistiti ha potuto esplicare tutta la sua efficacia solo a seguito della stipula di accordi bilaterali tra Italia e paesi di origine dei migranti. Gli accordi in questione prevedono una collaborazione bilaterale per contrastare i flussi irregolari, attraverso il coinvolgimento nelle misure di rimpatrio dei paesi di partenza e l'attribuzione a loro favore nei decreti di programmazione dei flussi di quote preferenziali di lavoratori ammessi ad entrare in Italia. L'Italia ha firmato 27 intese bilaterali in tema di riammissione, di cui 21 già in vigore. Contatti in materia sono stati avviati con numerosi altri paesi. Dei predetti 27 accordi: - 13 sono stati stipulati con paesi dell'UE (Austria, Cipro, Estonia, Francia, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Ungheria); - 2 sono stati stipulati con paesi candidati (Bulgaria e Romania); - 12 riguardano paesi non-UE (Albania, Algeria, Croazia, Macedonia, Georgia, Marocco, Moldavia, Nigeria, Sri Lanka, Svizzera, Tunisia e Serbia-Montenegro). Le persone effettivamente espulse o rimpatriate sono state 23.955 nel 1999, 23.836 nel 2000, 34.390 nel 2001, 44706 nel 2002, 37.756 nel 2003, 35.437 nel 2004 e 26.985 nel 2005, così ripartite: 16.690 espulsioni eseguite, e 10.295 riammissioni in forza degli appositi accordi. Per il terzo anno consecutivo, e in maniera consistente, è diminuito il numero delle persone rimpatriate, il che attesta i limiti delle strategie di contrasto. Le persone destinatarie di un provvedimento di espulsione, al quale non hanno ottemperato, sono state 40.489 nel 1999, 64.734 nel 2000, 58.207 nel 2001, 61.282 nel 282, 40.586 nel 2003, 45.697 nel 2004 e, come ricordato, 65.617 nel 2005. 

Oltre al rimpatrio assistito è previsto anche il "rimpatrio volontario assistito" caratterizzato dalla volontarietà e dall'assistenza che viene offerta a chi desidera tornare nel proprio paese. In nessun caso il rimpatrio volontario può avere luogo a seguito di un decreto di espulsione o di respingimento. L'assistenza al rimpatrio volontario consiste in un supporto concesso agli interessati dal momento in cui prendono la decisione di tornare, sino al loro arrivo nel paese di origine. Non si dispone di dati al riguardo se non per alcune esperienze pilota che hanno riguardato il reinserimento produttivo in patria di donne sfruttate ai fini sessuali. L'art.18 del decreto legislativo 286 del 1998 consente, infatti, il rilascio di un permesso temporaneo di soggiorno per motivi di protezione alle vittime del traffico di esseri umani, attraverso l'inserimento in speciali programmi di protezione. 

Trattenimenti presso i Centri di permanenza temporanea 

Le persone transitate nei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) sono state 13.863 nel 2003, 15.647 nel 2004 e 16.163 nel 2005. Nel 2004 le persone rimpatriate hanno inciso intorno al 50% sul totale dei trattenuti e non è pertanto significativamente aumentata, salvo che in alcuni CPT, la capacità di procedere all'effettivo allontanamento degli irregolari dopo il periodo di trattenimento. I centri di Roma e Torino nel 2004 hanno riportato risultati migliori (i rimpatriati sono stati rispettivamente il 62,7% e il 66,8% del totale dei trattenuti). 

Sempre nel 2004, la quota delle persone rilasciate dai CPT (41,7% del totale) è composta da quelli che vengono trattenuti per il tempo massimo previsto dalla legge (60 giorni) senza che sia stato possibile procedere al rimpatrio (24,5% del totale), dai dimessi per altri motivi (12,2%) e da coloro nei confronti dei quali l'autorità giudiziaria non ha convalidato il trattenimento (che deve intervenire nelle 48 ore successive alla comunicazione del provvedimento), pari al 4,9% del totale. Ancora nel 2004 è stata contenuta la percentuale media dei richiedenti asilo (4,8%), percentuale che è di circa il 10% nei CPT della Puglia (Lecce), della Calabria (Catanzaro e Crotone) e di Torino. 

Nel 2005 nei tredici CPT sono transitati 16.163 immigrati. L'esito della loro permanenza nei centri può essere così riassunto: 11.087 rimpatriati, pari al 68,6% dei trattenuti; 2.998 dimessi (18,5%). Delle restanti persone, 193 sono state schedate come richiedenti asilo, 160 si sono allontanate autonomamente, 109 sono state arrestate, una è deceduta. Altre 883 sono state inviate al centro per vari motivi e in 742 casi è mancata la convalida dell'autorità giudiziaria. 

I costi del contrasto all'immigrazione irregolare 

Secondo quanto riferisce la Corte dei Conti, il contrasto dell'immigrazione irregolare nel 2004 è costato all'Italia complessivamente 115.467.000 euro (circa 316 mila euro al giorno), un importo rilevante tanto più se paragonato all'ammontare totale destinato nello stesso anno a livello centrale a progetti di integrazione e assistenza agli immigrati (29 milioni di euro). Va sottolineato comunque che rispetto all'anno precedente sono diminuiti nel complesso i soldi spesi in questo settore: nel 2003 per contrastare l'immigrazione clandestina erano stati impiegati 164,7 milioni di euro e 38,6 milioni di euro per iniziative finalizzate all'inserimento degli immigrati. Per quanto riguarda i costi dei CPT, nei primi 9 mesi del 2004 sono stati spesi 30.440.753 euro. Un altro dato interessante, fornito dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, riguarda la spesa complessiva delle espulsioni di immigrati irregolari per l'anno 2003: 12.765.754 euro per il costo dei charter e delle navi, per i pasti dati ai migranti e per le spese di trasporto ai centri di permanenza e alle questure. Non sono ancora disponibili i dati per il 2005. Il prefetto Anna Maria D'Ascenzo, direttore del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione, nel corso dell'audizione svoltasi presso il Comitato Schengen il 23 ottobre 2003, ha tenuto a sottolineare che "riaccompagnare gli immigrati costa moltissimo (…). Probabilmente si raggiungeranno cifre catastrofiche, anche perché vanno sommate le spese per i trasporti e i respingimenti, per alimenti e vestiario, per la costruzione e la gestione di centri, costi ai quali si sommano le spese sostenute per le forze dell'ordine che si occupano di tutti questi compiti: si tratta di cifre notevoli". 

Irregolarità e mercato del lavoro nero 

L'attività di vigilanza sarebbe di per sé un deterrente tutt'altro che trascurabile per contrastare l'area del lavoro sommerso e sfruttato, che coinvolge un gran numero di irregolari, ma risulta di fatto insufficiente, specialmente in realtà produttive a notevole dispersione come l'agricoltura o eccessivamente frammentate come il settore della collaborazione familiare, come anche nel commercio e nelle piccole imprese. Il settore agricolo, in prevalenza stagionale, è uno degli ambiti di lavoro che assorbono maggiormente la manodopera immigrata irregolare e per questo è stato oggetto di una ricerca realizzata nel 2004 dall'associazione umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF), attraverso visite e interviste a 770 persone, hanno evidenziato condizioni di trattamento veramente disumane. Le visite ispettive vengono svolte su tutto il territorio nazionale dall'INPS, dall'INAIL e dal Nucleo Ispettivo dei Carabinieri presso il Ministero del Lavoro. Queste ultime nel 2005 hanno riguardato 24.555 aziende. All'interno di queste uno straniero su quattro non ha potuto dimostrare un rapporto di lavoro in regola e il 12,9% è risultato privo di permesso di soggiorno. I risultati dell'attività di vigilanza sono, indubbiamente, di grande aiuto per acquisire maggiori informazioni sui singoli contesti territoriali ma non sono generalizzabili a livello nazionale, perché le aziende ispezionate non costituiscono un campione rappresentativo, in quanto fondato su criteri specifici ai quali devono attenersi le strutture preposte alla vigilanza. Quanto alla tipologia del lavoro nero, nel Sud, a causa della disoccupazione diffusa, le infrazioni assumono un carattere più strutturale (aziende mai registrate, aziende fantasma). Nel Nord, invece, l'economia sommersa cerca di assumere facciate solo apparentemente regolari (ad esempio contratti fittizi di collaborazione coordinata e continuativa) o forme di lavoro subordinato fatte passare come autonomo (doppio lavoro, occultamento di ore lavorative).

Il ventaglio dei reati in materia penale o giuslavoristica è ampio: le inosservanze riguardano l'obbligo contributivo, le norme sulla prevenzione degli infortuni e per la sicurezza sul lavoro (utilizzo in lavori pericolosi, faticosi e insalubri; la mancata effettuazione delle visite preventive e periodiche, il mancato rispetto delle regole relative all'orario di lavoro, ai riposi intermedi e settimanali, al lavoro notturno), la normativa sulle assunzioni (caporalato e intermediazione di manodopera), lo statuto dei lavoratori e altre norme sul lavoro (tutela del lavoro domestico, tutela della maternità, assolvimento dell'obbligo scolastico da parte dei minori), le norme del Testo Unico sull'immigrazione, la disciplina degli appalti e dei finanziamenti pubblici.

Una ricerca sulle caratteristiche socio-economiche degli irregolari 

Per descrivere le principali caratteristiche demografiche e socio-economiche degli immigrati illegali presenti in Italia, riportiamo alcuni risultati dell'Indagine sull'Immigrazione Illegale in Italia realizzata nel 2003 dal Dipartimento di Economia dell'Università di Bari. Sono stati intervistati 920 immigrati adulti di 55 paesi differenti, per l'86,4% maschi, presenti presso 10 centri (Centri di Permanenza Temporanea-CPT e Centri di Accoglienza-CA) di quattro regioni italiane, su un totale di 8.502 immigrati irregolari ospitati al momento dell'indagine. Più della metà del campione è costituito da "richiedenti asilo o rifugiati" (58% - una percentuale, questa riscontrata nell'indagine, che è più alta rispetto a quella contenuta nelle statistiche ufficiali), nel 30% dei casi si tratta di "clandestini", circa il 10% è "in attesa di un decreto di espulsione" e solo nel 2% dei casi "in attesa di respingimento con accompagnamento alla frontiera". Questi i principali paesi di origine: Iraq (10%), Liberia (9%) e Sudan (5,4%), seguiti dai paesi con una consolidata tradizione migratoria (Marocco, Senegal, Turchia, Pakistan, Albania e Sierra Leone). Il mezzo di trasporto più utilizzato è la nave (23%), seguita dal pullman (15%), il camion (12%), la macchina (11%) e il gommone o la barca (10%). La preponderanza degli irregolari è di sesso maschile (86,4%). I tre quarti degli intervistati si definiscono in buono stato di salute. In prevalenza si tratta di persone molto giovani: si colloca tra i 18 e i 30 anni circa i tre quarti degli intervistati, mentre l'età media è di 27 anni. L'86% è alfabetizzato, quasi la metà ha frequentato la scuola per più di 9 anni e un certo numero (5%) ha anche conseguito un diploma universitario. Il 31% del campione ha una buona conoscenza dell'inglese, il 15% del francese e il 14% dell'italiano. In questo campione, a differenza di quanto avviene tra la generalità dei soggiornanti, prevalgono i musulmani (58%) rispetto ai cristiani (32%) e questo va messo in relazione con i loro paesi di origine. Nei tre quarti dei casi hanno influito sull'emigrazione motivi di natura finanziaria o la mancanza di sicurezza nei luoghi di origine a causa di guerre e conflitti sociali. Vi è anche un quinto degli intervistati che ha dichiarato di aver lasciato il proprio paese per poter essere politicamente più liberi. Buona parte di loro era senza lavoro prima di intraprendere il percorso migratorio, mentre quelli che lavoravano percepivano in media 145 dollari al mese. Le loro aspettative di guadagno in Italia sono modeste e si collocano tra i 500 e i 1.000 dollari al mese. Per emigrare più della meta ha accumulato debiti per pagare il viaggio (a seconda dei casi tra i 500 e i 2.500 dollari) e i principali finanziatori sono stati i parenti e gli amici. I tre quarti degli intervistati considera l'Italia quale destinazione finale del proprio percorso migratorio, per restarvi tra i 3 e i 10 anni, mentre una minoranza si vorrebbe spostare in Germania (10%) o in Francia (5%). Anche questa indagine ridimensiona l'immagine dell'irregolare come pericoloso delinquente e invita a considerare in profondità l'immigrazione come fenomeno socio-economico di lunga durata. Viene ancora una volta evidenziata la necessità di togliere il terreno ai trafficanti di manodopera e al loro esorbitante lucro e di programmare e controllare i flussi in maniera più adeguata agli interessi del paese che accoglie e anche a quelli dei diretti interessati.

 

 

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